CRITICA

Accademia di Belle Arti – Catania  2007 

 CLAUDIO AREZZO DI TRIFILETTI, NEL PANORAMA DELL’ART BRUT     OGGI TRA PSICOLOGIA E VERITA’

 Di Daniela La Magna, relatore Elio Calabresi

EXHIBITIONS EMPIRE STATE BUILDING CLAUDIO AREZZO DI TRIFILETTI
EXHIBITIONS EMPIRE STATE BUILDING CLAUDIO AREZZO DI TRIFILETTI

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Claudio Arezzo di Trifiletti è un genio. Studi recenti fatti dalla Cambridge University sostengono che geni “si nasce e si diventa”. Nel senso che, le capacità innate nell’uomo, che possiede in un determinato campo, se non curate o portate avanti con grandi studi o con un lavoro costante, si vanno perdendo inesorabilmente. Il caso di Claudio riguarda il suo impegno in un campo che già da piccino gli mandava infiniti impulsi e segnali: l’Arte.           Se Mozart dall’età di tre anni, età in cui cominciò a suonare il violino, non avesse proseguito il suo percorso di compositore, probabilmente oggi non esisterebbe la sua musica. Questo per molti potrà risultare un discorso scontato, ma nel corso delle nostre vite tutti abbiamo intrapreso delle strade da bambini e poi, per un motivo o per un altro, queste ci sono sfuggite di mano. Il caso vuole che Claudio Arezzo sia cresciuto in una famiglia di origine nobiliare, artisti ed architetti, dove i suoi occhi sono sempre stati a stretto contatto con linee, disegni, quadri, insomma con i più svariati generi del fare arte; tutto ciò lo ha portato,    già da piccino, ad avere un’ attenta e profonda proiezione verso questo genere di cose e verso la vita in rapporto alle persone. Due strade che potrebbero apparire distinte e separate ma, in realtà, inscindibili ed interconnesse. Questo per spiegare una delle filosofie dello stesso artista per la quale la vita a volte ci mette davanti dei segnali da seguire e solo ascoltando la nostra coscienza o la nostra “Anima”, abbiamo la possibilità di portarli avanti e di non abbandonarli nemmeno dopo lunghi periodi di riflessione. Sin da bambino apprese che le tele nell’antichità si facevano con il tuorlo dell’uovo e sperimentò i suoi insegnamenti dipingendo case, barche e tutto ciò che ai suoi occhi poteva apparire “bello” e profondo; come la sua prima tela, fatta all’età di sette anni, che raffigura una sola barca in mezzo al mare con a bordo un uomo che rema. Lui stesso pensa al bello come alla normalità, normalità vista però, dagli occhi di un’anima pura. Ci riallacciamo  al discorso del bimbo che crea con una tale libertà che tutto ciò che assimila viene tramutato in un pensiero disegnato. Questo si denota dalle stesse parole del giovane artista: “A volte il vuoto è più positivo del pieno poiché può essere ancora riempito” . La frenesia, la velocità, fanno parte di questo fare arte; il bambino prima e l’adulto Claudio poi, hanno la stessa capacità di aprirsi del tutto alle migliaia di immagini e agli infiniti pensieri che galoppano continuamente nella loro mente, a volte chiudendo anche gli occhi, queste si delineano quasi da sole in una sorta di libera associazione ragionata poiché realmente vissuta  con il corpo e con lo spirito. Le emozioni per questo artista sono fondamentali. Amante dei viaggi, innamorato della vita e del rapporto che egli stesso riesce ad instaurare con  la gente.         La confusione che le sue opere possono apparentemente trasmettere rappresenta lo stesso  caos del mondo in cui siamo destinati a vivere e col quale ci rapportiamo tutti i giorni della nostra vita. Un’arte fatta di contemporaneità, nella quale l’artista cresce con l’ esperienza come l’età di un uomo si allunga col trascorrere del tempo. Le sue esperienze le chiama “messaggi”,  questi a volte gli arrivano dall’esterno altre dalla “coscienza”.  I problemi di un ragazzo che vive in una famiglia con genitori separati non lo scuotono fino all’età adolescenziale, in cui nota in modo più accentuato la mancanza di un’ unione familiare. Col tempo questa viene compensata con gli amici e con lo stare sempre in mezzo a moltissime persone grazie anche all’ ambiente catanese che offre tanto in quanto città con un accentuato numero di giovani. “P.R.” per qualche tempo e proprietario della discoteca più alternativa di Catania,  dall’età di 16 anni circa il suo lavoro diventa vivere a contatto con le persone. Persone come lui, suoi coetanei capaci di fargli sviluppare  negli anni  un grande spirito di osservazione verso la sua vita e il contesto in cui sta operando. Un importante percorso spirituale è costituito da un suo viaggio in India. Qui Claudio Arezzo, influenzato anche dalle filosofie del luogo, apre la sua mente e capisce che il suo posto non è in mezzo a regole e compromessi, ma in mezzo alla più libera forma d’espressione, quella cioè artistica. Fotografia, scultura, installazioni e pittura iniziano a diventare l’arredamento perfetto per la sua “Casa Museo Sotto l’Etna”. Arredamento in quanto ricopre tutto, come il magma incandescente del nostro vulcano, ma non certo per lo stile in cui queste opere vengono realizzate. Nella tecnica pittorica di Claudio Arezzo di Trifiletti, che egli chiama “impronta”, un importante ruolo lo ha il respiro; respiro che lo mette in contatto con la vita che risiede in tutte le cose. La dottrina per cui tutto ha un’anima,  lui stesso sostiene che “tutto è impregnato di vita”, lo porta a tracciare sui suoi lavori qualunque immagine gli si presenti davanti al momento della creazione, queste, sostiene l’artista, vengono dalle cose stesse: da un muro, da una tela macchiata, da un mobile antico. Il caso però non ha nulla a che vedere con questo tipo di fare arte, piuttosto si può azzardare la conclusione per cui i suoi lavori vengano realizzati con la tecnica dell’ “automatismo psichico” utilizzata in passato dai surrealisti. Come sosteneva Breton: “ Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato dal pensiero in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di qualsiasi preoccupazione estetica e morale…sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero”. Quest’assenza di controllo esercitata dalla ragione non deve però far pensare che gli artisti che operano in questo modo lo facciano assolutamente alla cieca. In realtà i surrealisti si riferivano al solo fatto per cui “ la mente conscia dà continuamente giudizi su ciò che è possibile e su ciò che non lo è”, condizionando in tal modo la libera espressione della creatività. Per questo il sogno viene visto come una delle vie di fuga da questo mondo, mezzo fondamentale che ci permette d’ingannare il controllo della volontà sulle azioni. L’inconscio, afferma quindi il Surrealismo, si esprime nei sogni attraverso forme libere di associazione, lasciando cioè che un’ idea segua l’altra senza la consequenzialità logica del ragionamento consueto, ma automaticamente, sulla base di una libertà che fugge da qualunque controllo di tipo morale, etico, culturale. Sostanziale differenza però tra le opere di Claudio e quelle dei surrealisti sta nel fatto che, i suoi arti tracciano figure che, dalle impronte precedentemente create con lo sporcare la tela con qualunque tipo di mistura, quale terra, liquidi biologici, acqua ed altro,  si vengono a creare quasi  spontaneamente. Il significato che lui dà ad ogni opera viene in seguito quasi da sé, poiché quelle figure amorfe, quegli gnomi, quelle maschere, quei corpi mutilati, quelle espressioni tristi, arrabbiate o sorridenti, sono sempre filtrate dalla sua mente e frutto delle sue proprie esperienze di vita. Il ricordo di un momento forte o semplicemente le emozioni di una determinata situazione, possono essere la causa scatenante per la creazione di una straordinaria opera d’arte; come nel caso di una delle sue prime opere intitolata “Il destino”, nella quale l’artista ripercorre tutti gli eventi e la strada che, senza averne al momento la piena coscienza, da lì a poco avrebbe intrapreso. In questa, dipinta con un unico colore (Magenta acrilico), vengono raffigurati molti passaggi della sua vita successiva, come quello dell’essere oggi vegetariano e un labirinto che, secondo l’artista stesso, rappresenterebbe il percorso di vita che ogni uomo fa partendo dalla Trinità per concludersi poi con un lungo “eremitaggio” alla riscoperta del proprio Io, per ritornare  alle origini e al fianco di Dio. Alcuni dei suoi lavori sono collegati tra loro, di modo che uno rappresenta il suo stato d’animo e il suo respiro, con il colore liscio, piatto, spesso monocromo ma con qualche sfumatura di “sporco”, sparso sulla superficie, senza quindi la presenza delle sue impronte; e nell’altro, invece, viene raffigurato tutto il pensiero, quello che siamo capaci di sentire in modo più forte, che si trova nel primo strato della nostra mente, fatto di sagome ed immagini spesso non riconoscibili se non accuratamente osservate. Claudio Arezzo paragona la tela alla pietra lavica, in cui un uomo, fissandola con attenzione, “può trovarci esseri dalle più svariate forme” . Il colore, viene sparso a gran velocità sulla superficie precedentemente pulita, ascoltando sempre la sua psiche e il suo subconscio. Nel momento in cui questo inizia ad invadere la superficie (muri, tele, legni, oggetti di vita comune) l’artista entra in una sorta di trance  in cui comincia a sudare e la sua mano, mezzo di connessione tra conscio, subconscio ed opera da realizzare, inizia a muoversi velocissimamente. In questi rapidi movimenti iniziano a riflettersi tutte le sue visioni, la sua mente inizia a parlargli. Tutto ciò che lo circonda ha un ruolo fondamentale per agevolare questo momento sacro, come la musica, il semplice rumore del vento o quello delle onde del mare. Si potrebbe definire un artista romantico se pensiamo al fatto che l’artista romantico puntava alla riscoperta della fantasia e dell’irrazionalità, del sentimento e dell’ingenuità in un’intima fusione tra uomo e natura per far nascere nuove ispirazioni e nuove sensibilità poetiche, preferendo colori molto chiari o molto scuri. Però è anche vero che Claudio Arezzo di Trifiletti indaga, si, i lati più nascosti della sua psiche, il sogno l’irrazionale, ma non è mai stato un uomo dall’atteggiamento ribelle come invece venivano definiti molti artisti del periodo romantico e non ha mai prediletto il paesaggio come soggetto per la sua pittura, in netta contrapposizione con la maggior parte  delle opere dei romantici. oltretutto in molte delle sue opere è presente una fede in Dio assolutamente non considerata dai romantici del passato. Molte delle sue opere possono apparire grottesche, ma questo in realtà non è altro che il raffigurare la perdita dei valori in un mondo in cui gli uomini si uccidono tra loro, cosa  nella quale lo stesso artista non riesce a trovare un senso logico. Il fare arte per lui  cammina di pari passo col mondo che lo circonda, questa  perdita di valori, la società che c’ingabbia giorno dopo giorno sempre più in delle “scatole”, dove l’uomo non ha più la possibilità di spaziare con la mente lo fanno arrivare alla conclusione che i suoi lavori non devono combattere il mondo, ma rappresentare  dei messaggi capaci di fare aprire la mente di quelli che le osservano: “messaggi di Pace”. Infatti,  pur non  rappresentando le sue visioni in modo “esteticamente bello”, la purezza  e il grande pensiero positivo che ci trasmettono sono la conferma della loro bontà interiore. In effetti, quando si entra dentro alle sue opere la prima sensazione è quella di un totale smarrimento, dopo pochi istanti però in queste si notano infinite simbologie, infiniti input che potremmo paragonare ad un telegiornale. Questo perché, il telegiornale parla sempre di fatti reali e non riguarda mai noi, ma allo stesso tempo, quando vediamo le notizie, siamo coscienti del fatto che un giorno potrebbero riguardarci molto più da vicino. Così le paure e lo stupore prendono il sopravvento. Il tutto per quest’ artista, ormai non più alle prime armi e con un pensiero filosofico e sociale ben delineato, viene da dentro e non da fuori, “è il nostro cuore che ci parla fin da piccoli, ma solo con l’esperienza un essere umano può capire cosa è giusto e cosa no” . “La sua arte nasce dal bisogno intimo di calarsi in una dimensione dove risiedono tutti quei sentimenti nati nell’uomo sin dai suoi primi albori”. Il suo atteggiamento, la visione che ha nei confronti di ciò che lo circonda riflettono tutte le caratteristiche dell’artista brutale, contro le imposizioni accademiche, in quanto si manifesta contento nel non aver frequentato un istituto d’arte o un’accademia, e quelle del mondo, pur avendo sempre il pieno rispetto nei confronti di tutto ciò che lo circonda e nella piena coscienza e fierezza di essere anche lui una semplice creatura di Dio. Alla ricerca di un suo equilibrio interiore si lascia andare senza alcun freno inibitore. “guarda il buio ad occhi aperti per vederne le forme”. Artista completo, ma ancora in fase di sperimentazione in quanto tocca tutti i campi del fare arte manifestando solo in alcuni, come la fotografia e la pittura da qualche tempo a questa parte, una piena crescita e uniformità nello stile. I suoi readymades, che lui preferisce chiamare “installazioni”, sono rielaborazione di oggetti di vita comune che vengono realizzati, non per imporre il suo essere artista e innalzare l’oggetto comune nel sacro piedistallo del mondo dell’arte, come quelli del loro creatore Marcel Duchamp, ma per imprimergli i significati più intimi che questi gli trasmettono, sempre per la filosofia che tutto possiede un’anima. Le “installazioni” di Claudio Arezzo sono un misto tra collage, scultura e pittura, paragonabili ai “combine-paintings” di Rauschenberg, sono opere cariche di misticismo, che catturano lo spettatore e lo trascinano dentro al loro vortice di mistero in un’atmosfera fatta di passato. In questi si nota una continua ricerca, un sottile turbamento dell’anima, un inquietudine, dovuta anche al colore che scivola sulle superfici sporcandosi ed impastandosi. Riutilizza i materiali di scarto per riscattarne la vita: “riscattare la vita dalla materia è l’unico modo che ci resta per riscattare la nostra anima da questa società” , afferma l’artista. Ogni sua opera e ogni oggetto toccato dalla sua arte, estremamente autobiografica, diventa così un registro, come un diario interiore dove appunta tutto il suo vissuto e  la sua crescita.  Anche per questo motivo le sue opere possono spesso apparire  create in stili differenti. Di altro genere, anche se spesso simili allo stile con cui dipinge sulla tela, sono i suoi “pensieri disegnati”. Questi vengono creati principalmente a penna o a matita, labirinti dove le figure s’inghiottono tra loro in un vortice che li risucchia rapidissimamente. Questi pensieri, apparentemente dei bozzetti per i lavori futuri sono, in realtà, opere a sé stanti. Mantengono uno stretto legame col grafitismo, che si basa sul concetto di esprimere la propria creatività nel disegno (abbozzo e stilizzazione delle figure rappresentate), e col mito. Claudio Arezzo però non guarda al mito dell’arte antica, piuttosto questo viene da lui interpretato come origine di noi stessi, con nessun riferimento al caso o alla natura, se non all’uomo in quanto tale con tutto il suo essere positivo – negativo e con lo stretto legame che lo lega a Dio ed alla sua vita ultraterrena. “Non penso di essere un bravo disegnatore, il mio maestro è il tempo, nella mia pittura, rappresento me stesso, il mio pensiero. Credo nell’arte, perché essa mi avvicina a Dio. Quando creo, mi sento libero. Studio gli attimi, scoprendo infiniti spazi, divento protagonista di un continuo esperimento” . Il disegno si sa, è la prima forma d’espressione ed i suoi nascono da questa necessità e vengono realizzati nei momenti più comuni della vita di un uomo, quali stare al telefono, o seduti ad un tavolo con altra gente. Le sue opere cambiano i colori, il gesto, a seconda delle esperienze che lo influenzano.          A poco a poco, guardandole, si ha l’impressione che il suo stile si stia uniformando col trascorrere del tempo.

Un’ opera per la pace: “Imprints New York”

Ad oggi, a soli 31 anni, l’artista catanese ha all’attivo quattordici mostre in due anni, fra cui la partecipazione al III Salon International d’Art Figurativ di Parigi nel 2004 e quella alla sala Bramante per la Biennale di Roma del 2006. La sua più significativa “avventura”,  però, è molto più recente. Si tratta della sua prima personale tenutasi a New York dal 9 al 22 Aprile 2007,  alla quale lo stesso Arezzo ha voluto motivatamente dare il nome di “Imprints”, Impronte. “Non esiste essere che non lasci le sue tracce, e queste ultime sono la testimonianza della sua venuta su questo mondo. Infinite sono le tradizioni, le filosofie, le religioni, i costumi , che tentano di dividere il pensiero degli esseri su questa terra. Attraverso questo progetto si testimonia l’uguaglianza di tutti i presenti, che calpestano la tela, che rappresenta la terra su cui essi camminano, il “Mondo”. Questo a testimonianza di  una società di colori, forme e sentimenti che, contrastandosi  tra loro, danno luogo a storie e rappresentazioni della realtà contemporanea che vive attraverso  l’essere” . Queste sono le parole dell’artista che spiega in cosa consisterà il suo viaggio, punto di rottura tra la tela per come era vista in passato e per come viene ora utilizzata dallo stesso nel terzo millennio. L’artista a N. Y., capitale dell’arte contemporanea, compie un importante atto: se Pollock, fu infatti, capace di distruggere per sempre il concetto di quadro con l’invenzione del dripping  nel 1947, nel quale la tela veniva stesa sul pavimento per dare la possibilità allo stesso artista di girarvi intorno, di entrarci dentro, per cui i suoi lavori erano atti solo alla registrazione del suo passaggio, senza più la rappresentazione di immagini riconoscibili. Oggi, il nostro artista catanese, Claudio Arezzo di Trifiletti non è il solo a toccare e ad entrare nelle sue opere in quanto ne è il creatore. Lui fa l’opera “con lo spettatore”. Non si tratta di opere tridimensionali con le quali lo spettatore può entrare in contatto come in “palla sospesa di Giacometti, o nei “pavimenti” di Carl Andre, ma , ancora una volta nella capitale dell’arte contemporanea, l’arte acquista un nuovo significato. L’artista è sempre uno ed uno soltanto ma senza tutte le anime che modellano la sua opera, che fissano la loro presenza, che intromettono la loro anima in quel campo che prima non gli apparteneva, l’opera non potrebbe essere la stessa e non emanerebbe la stessa energia. Claudio Arezzo  preferisce che in questa, proprio dentro la sua opera, possa entrarci anche il resto dell’umanità. “Le strade di Manhattan saranno riempite di lenzuola bianche  e saranno oleate con sostanze che permetteranno alle impronte dei passanti di lasciare un segno perenne”.  Così lui vuole catturare l’ energia e le vite di tutti coloro che sono passati sopra a quei lenzuoli, che s’impregnano di sogni, di ansie, di sentimenti,  di tutti quegli eventi che accomunano ogni singolo individuo in un giorno qualunque della sua esistenza in questo mondo e, che può godere del dono della vita.  I corpi mutilati riappaiono, sono pezzi di vita vissuta in un fluire di entità in continuo divenire. Il suo messaggio di pace è quindi facilmente riconoscibile in tre principali forme: il dare la stessa importanza alle diverse strade di N.Y., città assolutamente interrazziale ed interculturale, percorrendole giorno dopo giorno come nel voler raccogliere i diversi sentimenti della gente che le vive; l’abbassamento dell’artista al campo dell’uomo comune, col suo parlare con la gente, invitarla a passare sui suoi futuri lavori;  la creazione di figure che s’intrecciano le une con le altre, non importa di che colore siano, azzurre, grigie, rosa, “esprimono l’interiorità dell’uomo in stretto rapporto alla società odierna”. I personaggi presenti si abbracciano, lottano, si osservano, scrutano, ballano gli uni con gli altri, in amore della vita e in contrapposizione alla guerra, in un immenso abbraccio di fratellanza. Opere all’apparenza oscure hanno, in realtà, sempre un messaggio positivo, inviato da un artista nobile di nascita ma a quanto pare anche di cuore. Queste infatti, “non vogliono inquietare lo spettatore, non sono frutto di un animo turbato, ma tendono ad analizzare la decadenza dei valori umani. Con la speranza di una più felice un’unione futura tra uomo ed uomo”.     “New York, 27 febbraio 2007 Vado in giro con una spilletta, con su scritto: feeling is believing, stendo i lenzuoli nelle strade più strategiche, mi piacciono le persone che vivono  quì. L’aria e’ piena di vita. Quando stendo i lenzuoli, le persone non capiscono, poi si inizia, accendo incensi, stringo le mani, guardo, sorrido, comunico con gesti e poi a tutti quelli che salgono sopra porgo l’invito per l’Evento… Invito tutti, ricchi , poveri, neri, cinesi, italiani, americani, tutti sono parte dello stesso mondo, tutti camminano sopra questi lenzuoli, sopra questo mondo, e devono contribuire per salvaguardare la Vita che ci rende tutti partecipi di questo miracolo” .Claudio Arezzo di Trifiletti, scritti contemporanei.

Conclusioni: In tutte queste righe ho parlato del bello e del brutto, due principi impossibili da incanalare ognuno in un contenitore in quanto, grazie alla differente identità, alla visione soggettiva ed oggettiva che abbiamo di noi stessi e nei confronti di ciò che ci circonda, ogni uomo può essere fiero di essere differente dagli altri. I gusti fanno si che ognuno di noi segua una sua strada. Quella dell’arte primaria, quella che prima nasce nel nostro subconscio e poi prende vita anche in manifestazioni esterne, come nelle associazioni mentali di un  bimbo che alla fine arriva a disegnare una casa con gli occhi e la bocca, è la più pura che possa esistere. Come ho già detto il “tracciare segni su una superficie” rappresenta la prima forma di espressione ed i significati che vengono attribuiti a questi segni sono ciò che viene dal più profondo della nostra mente e anima. Ho scelto Claudio Arazzo di Trifiletti a rappresentare il mio pensiero poiché la sua arte è una pura manifestazione del mondo che lo circonda, estremamente contemporanea e allo stesso tempo infinitamente intima e soggettiva. L’esprimersi sotto queste forme è dovuto principalmente alle cattiverie ed al triste mondo a cui apparteniamo. Un artista, uomo dalla più alta sensibilità, non può esprimersi con fioriti paesaggi se ieri un individuo ha ucciso la moglie e il figlioletto. Unica soluzione è quella di un linguaggio che si dissoci completamente dal mondo che lo circonda, pur raccontandone gli eventi, con uno stile libero da ogni compromesso. L’ Art Brut di cui parlava Dubuffet è sempre in mezzo a noi. Cogliere questo pensiero vuol dire possedere una sensibilità superiore. L’arte di oggi combatte senza guerre il mondo che lo circonda. Dipinti, installazioni, opere tridimensionali, hanno tutte le stesse caratteristiche se viste con l’occhio della contemporaneità. Non esiste opera d’arte oggi che non sia filtrata dalla mente e senza un forte contenuto emotivo. Le opere di Claudio Arezzo di Trifiletti per essere decifrate hanno bisogno di attenti studi e di profondi pensieri, ma allo stesso tempo l’uomo che le crea è un individuo semplice, dall’animo puro. Solo il suo sapere di essere uguale a tutti gli altri fa di lui un artista brutale, infantile in senso positivo, aperto cioè a tutti gli input che gli vengono dati dall’esterno, propenso nell’apprendere solo ciò che di più importante c’è, senza farsi condizionare dal male. La novità più grande dell’opera di Claudio Arezzo sta proprio nello scendere in campo come artista sì, ma principalmente come uomo, un uomo come gli altri con la sola differenza che lui registra ciò che vede e che sente, mentre tutto il resto dell’umanità è troppo indaffarata a svolgere mansioni per una società che si dirige sempre più in basso, con la totale indifferenza per quei valori di cui ormai non ricordiamo neppure i nomi. Il mondo dell’espressione artistica attuale è una commistione di più tendenze e quindi richiede spesso una sospensione di giudizio definitivo e preciso. Oggi, vicino al mondo dell’arte c’è anche il mondo reale, un mondo che pian piano ci abbandona facendoci ritrovare a dover percorrere da soli  la nostra strada col costante rischio di perderci. Concludo con la poesia che più si avvicina al mio pensiero su questo argomento:

                                                                      I gusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.

Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.

Il ceramista che premedita un colore o una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

George Luis Borges

 “ E’ importante credere nella propria anima essa può conoscerne di più giovani e più antiche. l’Anima non appartiene al corpo, ma è il corpo che appartiene all’Anima.  Penso che esista una energia, al di sopra del bene e del male, questa energia  è  onnisciente  perché attinge continua esperienza dalla vita e dalle Sue creazioni”. Claudio Arezzo di Trifiletti

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